
Da tale interazione deriva, inevitabilmente, una particolarissima modalità di evoluzione nelle idee pittoriche, che non è più soltanto personale ma inevitabilmente si lega e coinvolge un gruppo di individui, che ne partecipano anche se indirettamente; e questo perchè come l’artista riceve dal suo gruppo immediato il sostegno per raccontare storie, e un’intera cultura, condivise, così ha nei confronti di quello stesso gruppo una innegabile responsabilità a tenere conto delle istanze comuni. Si tratta, alla fine, di una sorta di patto sociale che ci dice molto sulla struttura stessa, e sul funzionamento, dei gruppi sociali indigeni che vivono in stretta dipendenza dal proprio territorio.
Il riflesso del mondo metafisico che in questo modo viene mostrato dall’artista aborigeno è quello che, probabilmente, più colpisce il pubblico moderno che si trova a visionare un’opera di questo tipo: è caratteristico infatti dei dipinti aborigeni quello di possedere diversi livelli di significato, stratificati in maniera da rendere evidenti alcuni aspetti delle storie e nasconderne altri, in un continuo disvelarsi di significati sempre più profondi e parti sempre più segrete di una storia complessa, alcuni dei quali sono così significativi da essere riservati soltanto a ristretti gruppi di anziani.
La generazione di artisti che ha dato inizio al movimento moderno di Desert Art è ormai estinta, ma il suo contributo unico, negli anni ’70, è quello che ha dato a un’intera nuova generazione di pittori la fiducia e la sicurezza di parlare della propria cultura, e presentarne la visione del mondo peculiare e unica, in forma di arte visiva. È per questo che questi dipinti parlano ad un mondo intero, con tradizioni e visioni diversissime da quelle del ristretto mondo comunitario e familiare in cui sono nati; per via della cultura sconfinata che si cela – e parzialmente si scopre – in ogni dipinto.